EDOARDO MORI| 5 domande per Lui

5 domande ad uno dei massimi esperti in materia di armi in Italia

Inauguriamo una nuova sezione del sito dove andremo a pubblicare brevi interviste con 5 domande rivolte ai personaggi più noti del mondo delle armi e, prevalentemente, della normativa.

Lei è indubbiamente una delle persone più preparate in materia di armi sia dal punto di vista normativo che tecnico. Cosa l’ha spinta ad approfondire così intensamente gli studi in oplologia?

Sono stato cacciatore da 14 a 25 anni; poi ho iniziato a lavorare e non avevo più tempo. Da giovane pretore ho visto che nessuno capiva nulla in materia di armi e diritto delle armi; io soffro se non capisco bene le cose e così ho comperato un pacco di libri e riviste tedesche e americane, mi sono fatto lo schedario di tutte le massime di giurisprudenza che c’erano dal 1930 in poi e …. mi sono ritrovato ad essere il migliore! Cosa facile perché ero l’unico!

Dopo ho sempre risposto a centinaia di quesiti di appassionati, il che mi ha consentito di toccar con mano tutti gli infiniti piccoli problemi che fanno soffrire i possessori di armi e che erano ignorati dalla dottrina e affidati alla interpretazione di funzionari con la licenza media. Ciò mi ha consentito, vent’anni fa, di scrivere il mio codice-enciclopedia del diritto delle armi.

Ho appena finito di fare una nuova stesura perché andava rammodernato, ed ora veramente vi si trova tutto e vi è un indice analitico che consente di trovare immediatamente ogni argomento. Verrà pubblicato fra qualche mese.

Non è stata solo la sua preparazione a renderla un volto celebre nel panorama delle armi, ma anche il suo modo di argomentare tesi e risposte. Ricorda se qualcuno sia mai riuscito a farle cambiare idea?

Sono sempre stato chiaro e accessibile a tutti perché non ho scritto per i giuristi, ma principalmente peri  normali cittadini; ed ho seguito la regola, che ho usato anche da giudice in altri settori, che il diritto delle armi è nelle leggi e non nelle circolari , nelle sentenze, nelle opinioni di autori vari che scopiazzano sentenze e circolari; siamo l’unico paese in cui la facoltà universitaria si chiama “di giurisprudenza”  e non “di legge”, sebbene la legge dica che le sentenze dei giudici non costituiscono mai un precedente da rispettare.

Di rado ho sbagliato, sia in materia di armi che in altre materie su cui ho giudicato. Con le leggi complicate che abbiamo, ci vuol poco a prendere cantonate; per mia esperienza ho constatato la saggezza di chi diceva che ogni volta che si studia una legge vi si trova qualche cosa di nuovo. Però il mio modo di ragionare è sempre stato limpido: queste sono le norme da applicare, queste sono le situazioni che il legislatore voleva regolare, questi sono gli aspetti tecnici, quindi l’unica soluzione ragionevole è quella che propongo; dopo ho sempre dato atto dell’esistenza di opinioni diverse  e spesso mi sono corretto.

Ho sempre seguito il principio che non bisogna mai credere, ma bisogna capire, in ogni settore della vita, e che chi crede di possedere la Verità…  è bene evitarlo.

Passiamo ai temi caldi. Il recepimento della Direttiva 477 e successive modifiche è stato sotto certi aspetti un insuccesso. Cosa ha contribuito a questo e come si sarebbe potuto evitare?

L’Italia è un grande paese in cui si potrebbe evitare tutto se si seguisse la regola non di credere, ma di capire. Io avevo predisposto un progetto di legge in cento articoli che, nel rispetto dei paletti europei, avrebbe reso la vita facile agli italiani con armi e avrebbe posto fine alle invenzioni ministeriali; i politici si sono affidati alle solite lobby di incompetenti e il Ministero ha aggravato, con nuove strettoie, una situazione che invece io alleggerivo ampiamente.

Tutti hanno creduto alla bufala che vi era urgenza di recepire la Direttiva, mentre invece c’era tutto il tempo che si voleva; la Germania non l’ha ancora recepita ora! Purtroppo gli appassionati si sono fatti abbindolare dai soliti pseudo esperti ed hanno pensato di risolvere i problemi con  italiche gabole, facendo solo finta di recepire la direttiva e così si sono messi mani e piedi nella rete del Ministero (limitazioni grottesche all’uso delle armi in collezione, mano libera nell’imporre misure di sicurezza, ecc.)

Quali sono le modifiche meno invasive e più performanti da effettuare sull’impianto legislativo in materia di armi? Cosa potrebbe veramente contribuire in termini di sicurezza sia del cittadino che della collettività?

Con la situazione politica che abbiamo, con l’evidente incompetenza dei politici, esperti solo di poltrone, è assolutamente pericoloso dar loro motivo per mettere le mani sulla legge delle armi: anche se in buona fede farebbero solo casino perché è normale che non sappiano neppure di che cosa stanno parlando

. Dovrebbe essere ovvio che le leggi tecniche non si fanno in parlamento, ma in un piccolo comitato di super esperti di buon senso e senza ideologie personali. In Italia non si farà mai nulla perché manca lo spirito associativo, mancano potenti associazioni in grado di prendere iniziative, di scegliere le persone adatte, di sostenere un proprio progetto.

Non dimentichiamo che le associazioni esistenti non hanno sostenuto la mia iniziative eppure, vi posso assicurare che tutte le critiche che ho ricevuto erano basate: a) su fatto che non avevo inserito cose surreali, tipo la liberalizzazione dei porti d’arma o l’eliminazione di ogni limite numerico;  b) sul fatto che non riuscivano a capire l’impianto globale della legge e si limitavano a leggere singole righe! Ed è così che ho deciso che “a lavar l’asino si perde il ranno e il sapone” !

Per chiudere, c’è bisogno di maggiore formazione e consapevolezza da parte dei detentori di armi o di maggiore controllo e rigore da parte della P. A.?

È sotto gli occhi di tutti che la burocrazia sta peggiorando, che il livello culturale di giudici e medici e, in generale, di chiunque partecipa a concorsi, è calato. Le leggi, in mano a persone che hanno problemi con la lingua italiana, sono sempre più approssimative e contorte e non riesce neppure a pagare le tasse se non si paga un esperto. Il cittadino è frastornato e se va a chiedere negli uffici pubblici riceve risposte diverse a seconda di chi si trova davanti.

È una situazione irrisolvibile perché uno Stato deve funzionare bene in modo globale: la giustizia funziona se vi è chi fa buone leggi, se si scelgono buoni giudici, se si controlla ogni giorno se il giudice è davvero buono, se funzionano le cancellerie, la polizia, le carceri, le poste che notificano gli atti, ecc.,ecc. Se salta un anello, salta tutto.

La macchina burocratica italiana è di una inefficienza mostruosa, occorrono mesi per infinite pratiche che in altri paesi evadono a vista o in giornata, crea mulini di carte che non servono a migliorare il risultato finale, si mangia miliardi di ricchezza del paese.

Quello delle armi è l’ultimo dei problemi e si potrebbe avere un loro controllo totale in tempo reale e con un decimo di impiegati, se solo il Ministero accettasse di utilizzare l’informatica e di eliminare regole inutili.

Il problema non è il maggiore o minore rigore, ma quello di avere un sistema intelligente che usi il rigore solo là dove effettivamente serve. Noi abbiamo ancora un sistema in cui il ministero applica le stesse regole più severe ad armi antiche e ad armi moderne, a giocattoli a forma di arma e ad armi vere, a temperini e a coltellacci.

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